La sfida di Riccardo, un albo per le parole perdute by Marina Petruzio www.luukmagazine.com

Riccardo è un cavaliere in erba quando, a quattro anni, proprio al momento di cominciare a frequentare la scuola, gli si pone una sfida: affrontare un potente ed oscuro drago e sconfiggerlo.
Questo drago si chiama: Mutismo Selettivo, MS, e La sfida di Riccardo di Valérie Marshall, per A.G.Editions, racconta la sua storia, quello che gli è accaduto qualche anno fa quando era più piccolo. E sebbene sia proprio lui a dirci che nella sua storia non ci sono draghi, maghi o supereroi – pensate neppure un dinosauro! – noi sappiamo invece che almeno due supereroi ci sono. Supereroi moderni, che magari non volano, il che a volte rende le cose più semplici, e che non temono la criptonite, il che le cose le fa proprio semplici!
Riccardo e la sua mamma sono gli eroi di questo libro e con loro tutti quei bimbi, le loro mamme, i papà, i fratelli, le educatrici e le maestre che si trovano all’improvviso a dover affrontare un problema così difficile da spiegarsi e da spiegare.
Ma Riccardo ci siede comodi davanti a lui, proprio come per raccontarci una fiaba che anima con voce viva e parole semplici da bambino, una storia che conosce bene perché è la sua, vera e dolorosa ma a lieto fine. Ed è proprio su questo lieto fine, il percorso attento, la cura dei protagonisti, che Riccardo vuole mettere l’accento.

Una cosa può accadere: si può perdere la voce, qualche volta, non riuscire a parlare.

Il mutismo selettivo, disturbo legato all’ansia, colpisce 7 bambini su 1000; è raro sentirne parlare, ma il problema esiste e quel che è peggio è che sta asserragliato dentro ad un bimbo che non ne può capire le motivazioni, men che meno le dinamiche, restandone così letteralmente prigioniero.
È una morsa allo stomaco, una sensazione di vuoto che prendeva tutto lo spazio nella pancia e nella testa: non riuscivo a scacciarla. Questa sensazione di vuoto era più forte di me.
E da qui la paura, le parole che escono solo con talune persone, a volte grandi a volte piccole, a scuola no ma a casa si, lo smarrimento, il sentirsi soli, l’impossibilità di esprimersi, di raccontare. Una paura che gli adulti, a volte spietati nei giudizi rivolti all’infanzia, interpretano come gesto di svogliatezza, di maleducazione ed i bambini, gli altri bambini, come gesto di rifiuto: non mi parla = non gli sto simpatico, non vuole giocare con me.
Quando le parole non escono il rischio è quello di essere esclusi, di diventare invisibili.
Eppure, assicura una psicoterapeuta, i bimbi con MS sono bimbi pieni di parole, ne hanno veramente tante dentro di loro, non le perdono, sono pieni di fantasia e ricchezza, solo…vanno tranquillizzate.
Ci tiene Adriana Cigni, anima di A.G.Editions, a sottolineare che questo albo non è una ricetta per guarire dal mutismo selettivo, ma guarire si può. E con intelligenza ed un bagaglio di pazienza infinita Valérie Marshall ha scritto la sua esperienza con Riccardo, dalla presa di coscienza allo smarrimento nel senso di colpa, fino alla volontà di affrontarlo, di dargli un nome – che così diventa uno di casa e forse fa meno paura -, con e sempre al fianco di Riccardo, mandando bigliettini d’invito alle famiglie dei compagni di classe, spiegando qual era il problema di suo figlio, pensando che forse con i suoi amici di classe, a casa sua, tra le sue cose, al sicuro, giocando, si potesse abbattere quel muro d’ansia a favore di una nuova consapevolezza che potesse instaurare affinità ed alleanze per promuovere quella socialità altrimenti tanto spaventosa.
E Riccardo? Ci proverà sentendosi sempre più a suo agio con quei bimbi per i quali parlare o non parlare non fa differenza: non parlavo ma emettevo dei rumori buffissimi…prrr,frrr, e perfino dei grugniti! Ci piegavamo dalle risate! Era come se avessi bisogno di fare un po’ il pagliaccio per darmi coraggio…ecco!Così parlare per Riccardo è diventato naturale: ed io ho vinto la sfida contro il mutismo selettivo anche se a volte sento ancora quella morsa allo stomaco.

Il percorso è lungo e senza sconti, lo sa perfettamente Adriana che dall’interno della sua piccolissima casa editrice con professionalità, passione e tanto lavoro cerca di parlare di mutismo selettivo a tutti i genitori, a quei 993 su 1000 che non hanno avuto questo problema e a tutti gli altri, per far conoscere questo disturbo a cui poca letteratura è dedicata ed a chi, come me, leggendo, si è affezionata moltissimo a Riccardo ed alla sua vitale avventura.
La seconda parte dell’albo è rivolta agli adulti che hanno a che fare con questo disturbo per aiutarli a comprendere ed agire, una specie di piccola guida con note bibliografiche per chi si trova a dover interagire con il bambino MS.
Adriana anima anche una pagina su FB chiamata I Quaderni dove invita tutti i genitori a postare pensieri ed esperienze…diventeranno un libro? Me lo auguro e lo aspetto!

Marina Petruzio

Della stessa casa editrice: http://www.luukmagazine.com/un-albo-per-le-parole-interrotte/

La sfida di Riccardo
di Valérie Marshall illustato da Silvestro Maccarone
Ed.: A.G.Editions
Euro: 12,50
Età di lettura: dai 5 anni ai 99

Non opprimere i figli con l’idea della scuola (di Natalia Ginzburg)

ginzburg
copertinaAl rendimento scolastico dei nostri figli, siamo soliti dare un’importanza che è del tutto infondata. E anche questo non è se non rispetto per la piccola virtù del successo. Dovrebbe bastarci che non restassero troppo indietro agli altri, che non si facessero bocciare agli esami; ma noi non ci accontentiamo di questo; vogliamo, da loro, il successo, vogliamo che diano delle soddisfazioni al nostro orgoglio.Se vanno male a scuola, o semplicemente non così bene come noi pretendiamo, subito innalziamo fra loro e noi la bandiera del malcontento costante; prendiamo con loro il tono di voce imbronciato e piagnucoloso di chi lamenta un’offesa. Allora i nostri figli, tediati, s’allontanano da noi. Oppure li assecondiamo nelle loro proteste contro i maestri che non li hanno capiti, ci atteggiamo, insieme con loro, a vittime d’una ingiustizia. E ogni giorno gli correggiamo i compiti, anzi ci sediamo accanto a loro quando fanno i compiti, studiamo con loro le lezioni.

In verità la scuola dovrebbe essere fin dal principio, per un ragazzo, la prima battaglia da affrontare da solo, senza di noi; fin dal principio dovrebbe esser chiaro che quello è un suo campo di battaglia, dove noi non possiamo dargli che un soccorso del tutto occasionale e illusorio. E se là subisce ingiustizie o viene incompreso, è necessario lasciargli intendere che non c’è nulla di strano, perché nella vita dobbiamo aspettarci d’esser continuamente incompresi e misconosciuti, e di essere vittime d’ingiustizia: e la sola cosa che importa è non commettere ingiustizia noi stessi.

I successi o insuccessi dei nostri figli, noi li dividiamo con loro perché gli vogliamo bene, ma allo stesso modo e in egual misura come essi dividono, a mano a mano che diventano grandi, i nostri successi o insuccessi, le nostre contentezze o preoccupazioni. È falso che essi abbiano il dovere, di fronte a noi, d’esser bravi a scuola e di dare allo studio il meglio del loro ingegno. Il loro dovere di fronte a noi è puramente quello, visto che li abbiamo avviati agli studi, di andare avanti.

Se il meglio del loro ingegno vogliono spenderlo non nella scuola, ma in altra cosa che li appassioni, raccolta di coleotteri o studio della lingua turca, sono fatti loro e non abbiamo nessun diritto di rimproverarli, di mostrarci offesi nell’orgoglio, frustrati d’una soddisfazione.

Se il meglio del loro ingegno non hanno l’aria di volerlo spendere per ora in nulla, e passano le giornate al tavolino masticando una penna, neppure in tal caso abbiamo il diritto di sgridarli molto: chissà, forse quello che a noi sembra ozio è in realtà fantasticheria e riflessione, che, domani, daranno frutti.

Se il meglio delle loro energie e del loro ingegno sembra che lo sprechino, buttati in fondo a un divano a leggere romanzi stupidi, o scatenati in un prato a giocare a football, ancora una volta non possiamo sapere se veramente si tratti di spreco dell’energia e dell’impegno, o se anche questo, domani, in qualche forma che ora ignoriamo, darà frutti. Perché infinite sono le possibilità dello spirito.

Ma non dobbiamo lasciarci prendere, noi, i genitori, dal panico dell’insuccesso. I nostri rimproveri debbono essere come raffiche di vento o di temporale: violenti, ma subito dimenticati; nulla che possa oscurare la natura dei nostri rapporti coi nostri figli, intorbidarne la limpidità e la pace. I nostri figli, noi siamo là per consolarli, se un insuccesso li ha addolorati; siamo là per fargli coraggio, se un insuccesso li ha mortificati. Siamo anche là per fargli abbassare la cresta, se un successo li ha insuperbiti. Siamo per ridurre la scuola nei suoi umili ed angusti confini; nulla che possa ipotecare il futuro; una semplice offerta di strumenti, fra i quali forse è possibile sceglierne uno di cui giovarsi domani.

Quello che deve starci a cuore, nell’educazione, è che nei nostri figli non venga mai meno l’amore per la vita, né oppresso dalla paura di vivere, ma semplicemente in stato d’attesa, intento a preparare se stesso alla propria vocazione. E che cos’è la vocazione di un essere umano, se non la più alta espressione del suo amore per la vita?

(Natalia Ginzburg, Le piccole virtù, pubblicato originariamente su “Nuovi Argomenti” nel 1960)

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